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Alla fine ce l’ha fatto il Partito Democratico italiano, ad emulare con estrema decenza lee emozionanti primarie americane.

Un dibattito che valeva la pena vedere. Incalzante, veloce, chiaro. Merito anche dei giornalisti che lo hanno pensato, indubbiamente; merito anche dei due sfidanti tuttavia.

Un Bersani vecchia guardia, e vecchia scuola, al confronto con il figlio ribelle, un giovane Renzi, esuberante e determinato.

Badate bene, anche molto ben preparato. Ho visto qualcosa dietro quella camicia bianca, ho visto molto impegno, molta fiducia riposta in esperti comunicatori. Attenzione al dettaglio; sound bite al limite della perfezione. Una macchina da guerra ben oliata.

Questo è Matteo Renzi, un giovane politico che ha saputo demandare a chi, esperto, sa come si fa.

Poche le cose che mi fanno dichiarare che “Si! Dietro di Renzi c’è qualcosa di grosso”: prima di tutto un’attenzione maniacale per i minuti, per i sound bite appunto. Domande che prevedevano risposte secche in 2 minuti prima e in 30 secondi poi, perfettamente calcolate. Renzi non perdeva un minuto di più, né uno di meno.

In secondo luogo ho notato un filone che ha accompagnato tutta l’esposizione renziana: quel “abbiamo sbagliato in passato” “abbiamo fatto degli errori” “i tuoi 1750 giorni da ministro” “il conflitto di interessi è stato un errore”. Frasi queste che sottendevano implicitamente un’accusa alla vecchia politica, e a chi di quella politica ha fatto parte, ovvero Bersani. Un messaggio implicito per gli ascoltatori che mostrava quanto Bersani fosse parte della politica di ieri, e quindi di quella brutta, sbagliata, piena di errori, facendo emergere l’homo novus Matteo Renzi, pulito nella sua camicia bianca.

Terza annotazione, inevitabile, una perfetta organizzazione di risposte. Si è esercitato Matteo Renzi. Le avrà provate tutte le domande…tutte quelle possibili e immaginabili, e ad ogni domanda aveva in tasca la risposta perfetta. Immaginatelo, seduto su una seggiola, con difronte i tanti piccoli Gori che gli fanno domande incalzanti, una dietro l’altra, lo mettono in difficoltà, lo assediano.

Infine, l’appello finale. Che dire? Tre minuti a testa, splendidamente sfruttati dal giovane sfidante che, al solito, ha spaccato il secondo. Lo stesso non si può dire per Bersani che, dopo aver fermato il grande applauso del pubblico per completare la frase, ha concluso senza escalation perdendo le claps.

Ha vinto Renzi, inutile disconoscerlo. Ha vinto Renzi, ma solo il confronto televisivo.

Bersani d’altro canto ha potuto solo reggere il colpo, con la serietà e la genuinità che lo caratterizzano; con quelle meravigliose metafore che sono tutte farina del suo sacco.

Fossi Bersani, chiederei a Crozza di fargli da spalla.

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